E se l’umanità fosse buona e l’informazione un “nocebo”?

Alcune cose sono vere, che ci crediamo o no. Ad esempio, l’acqua bolle a 100 gradi, Gandhi è stato assassinato il 30 gennaio 1948. Altre invece possono diventare vere a patto che ci crediamo.

di Silvia Pochettino

In sociologia si parla di “profezie che si autoadempiono”, ad esempio se qualcuno prevede che una banca fallirà e un gran numero di persone ci crede e ritira i suoi soldi, la banca fallirà veramente. In medicina si parla di “effetto placebo”; se il medico mi somministra una pillola di zucchero dicendo che è un farmaco molto potente è molto probabile che mi sentirò immediatamente meglio: la potenza del nostro pensiero e delle nostre convinzioni è comprovato che influisce sul nostro stato fisico reale e sulle nostre scelte.

Influisce anche all’inverso; se mangio una pillola di zucchero e mi viene detto che è un veleno dannoso mi sentirò male. È l’effetto “nocebo”, meno studiato del suo fratello positivo (perché tendenzialmente nessuno cerca di far ammalare qualcuno con lo zucchero) ma altrettanto potente.

Lo stesso vale per le notizie. Siamo tutti cresciuti con l’idea che l’informazione sia un aspetto indispensabile per la nostra crescita personale, di cittadini responsabili; più siamo informati, più la democrazia è sana. Ma qual è l’idea di mondo che assorbiamo dalle notizie che leggiamo o guardiamo ogni giorno? Un’idea che non è reale, che letteralmente non corrisponde alla realtà. È questa la tesi di fondo del bellissimo libro di Rutger Bregman “Una nuova storia (non cinica) dell’umanità” che attraverso 350 pagine di studi scientifici ed evoluzionistici dimostra che l’uomo è “buono” per natura, cioè che socialità, altruismo e solidarietà sono connaturate all’umanità a livello biologico perché svolgono una funzione fondamentale per la sopravvivenza della specie. E che, al contrario di quello che ci mostrano molti film di Hollywood, ferire o uccidere un altro uomo ci costa moltissimo sforzo. Nel libro vengono riportati anche molti studi storici che dimostrano, ad esempio, come durante le due guerre mondiali la maggior parte dei soldati al fronte non sparava, o sparava in alto con l’intento di non colpire. Gli unici che uccidevano davvero erano quelli che lo facevano a distanza, dagli aerei (o oggi con i droni) e non avevano un contatto diretto con l’uomo che dovevano uccidere, non lo guardavano negli occhi. Studi su diverse catastrofi naturali e conflitti illustrano che le persone, proprio nel momento di maggior difficoltà, sviluppano un fortissimo senso di solidarietà per affrontare e superare il pericolo o addirittura, si immolano gli uni per gli altri.

Eppure, siamo onesti, pensare che l’umanità sia buona ci sembra una fiaba per bambini, homo hominis lupo è alla base della nostra conoscenza del mondo, dove ingiustizie, fame, guerre e violenza sono all’ordine del giorno e se le regole sociali non mettessero un limite alla nostra natura prevaricante saremmo quotidianamente alla disperata ricerca di sopravvivenza in un’arena di violenza pura alla Mad Max.

Noi siamo intimamente e profondamente convinti che l’umanità sia cattiva. Perché?

In grande misura la ragione sono le notizie. Non necessariamente perché siano false, ma perché le notizie si concentrano sulle eccezioni e non sulle consuetudini, sulla devianza e non sulla normalità, creando un potentissimo effetto nocebo. Recentemente, come riportato da Bregman è stata fatta una ricerca in 30 paesi del mondo (prima dello scoppio della pandemia) ponendo una semplice domanda: “Pensate che il mondo stia migliorando, stia peggiorando o resti più o meno uguale?” In tutti i paesi, dal nord al sud del mondo, la stragrande maggioranza degli intervistati ha risposto che sta peggiorando. In realtà se guardiamo la storia dell’umanità una scala più ampia non è affatto così. Negli ultimi decenni la povertà estrema, le vittime di guerra, il lavoro minorile, la mortalità infantile, la criminalità sono complessivamente enormemente calate [Hans Rosling Factfulness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo, Rizzoli 2018].

Perché non lo sappiamo? Perché quello che fa notizia sono, appunto, le eccezioni: carestie, attentati, violenze, disastri, più un avvenimento è eccezionale più merita gli onori della cronaca. Non leggiamo mai su un giornale la notizia “Ieri le persone in povertà estrema sono calate di 130 mila unità” eppure guardando i dati sarebbe stata una notizia da prima pagina per gli ultimi 50 anni. Difficilmente leggeremo la notizia “Tot milioni di bambini anche quest’anno sono andati a scuola”, ma sicuramente sapremo che ci sono ancora bambini che non hanno accesso all’istruzione. C’è una ragione biologica per cui siamo particolarmente sensibili alle cattive notizie, quella che gli psicologi definiscono negative bias o predisposizione alla negatività. Quando eravamo cacciatori e raccoglitori, e lo siamo stati per 100 mila anni, le nostre conoscenze sul funzionamento della natura erano minime, e la paura era uno strumento fondamentale per rimanere in vita. Ma c’è anche il cosiddetto availability bias, ovvero se qualcosa è molto disponibile riteniamo che sia il più frequente. Se assorbiamo ogni giorno notizie negative (anche se sono eccezioni) siamo inevitabilmente convinti che quella sia la norma.

Ma l’effetto “nocebo” va oltre, se tu sei convinto che una cosa sia reale, lo diventa. Se tu tratti un dipendente da fannullone a lungo andare lo diventerà, se lo consideri un genio c’è altissima probabilità che realizzerà cose eccezionali.

Se siamo intimamente convinti che il mondo stia peggiorando e che l’umanità sia cattiva (anche se i dati non lo confermano), contribuiamo a far sì che questo si avveri. È per questo che l’informazione ha una responsabilità enorme al giorno d’oggi, in cui la pervasività delle notizie è totale e in cui tutti siamo comunicatori e amplificatori attraverso i social. Una società in cui, come diceva già anni fa Ignacio Ramonet, ex direttore di Le Monde Diplomatique: “Ciò che non si comunica non esiste”.

Bregman nel suo libro precisa più volte che non si tratta di ottimismo, o di pensiero positivo (tanto di moda ultimamente), si tratta semplicemente di un nuovo realismo.

Non è indicativo che nell’uso comune si dica “realista” ma si intenda piuttosto “cinico”, ovvero qualcuno che ha una visione cupa dell’essere umano? Invece è proprio il cinico a essere fuori dal mondo perché la realtà è che i dati ci dimostrano che viviamo in un mondo dove le persone sono profondamente inclini al bene”

PS.Ho scritto questo contributo per la Giornata Nazionale dell’Informazione Costruttiva #Gnic2021, ma forse dovremmo cambiarle nome e farla diventare la Giornata Nazionale dell’Informazione Realistica

Foto di Céline Martin da Pixabay

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