IA e guerra in Iran: quando la velocità diventa un’arma contro noi stessi
Il 28 febbraio 2026, l’operazione “Epic Fury” in Iran ha segnato un punto di non ritorno: un missile Tomahawk ha colpito la scuola elementare Shajareh Tayyebeh a Minab, uccidendo almeno 175 persone, in gran parte bambine. Mentre l’opinione pubblica e il Congresso si scagliavano contro Claude, il chatbot di Anthropic, accusandolo di aver selezionato autonomamente i bersagli, la realtà emersa dalle indagini è molto più complessa e, per certi versi, inquietante. Il bersaglio non è stato scelto da un’allucinazione di un chatbot, ma da un sistema chiamato Maven (sviluppato da Palantir), un’infrastruttura progettata per comprimere la cosiddetta “kill chain” – il processo che va dall’identificazione di un bersaglio all’ordine di fuoco – fino a gestire 1.000 decisioni d’attacco all’ora.
La tragedia è nata da un errore umano cristallizzato nel software: l’edificio era classificato come militare in un database non aggiornato dal 2016, nonostante le immagini satellitari mostrassero da anni pareti rosa e campi da gioco. Il sistema Maven ha reso questo errore letale eliminando quella che Clausewitz chiamava “frizione”, vale a dire il tempo del dubbio e del giudizio umano. In un sistema che richiede una decisione ogni 3,6 secondi, l’operatore umano smette di essere un supervisore e diventa un semplice ingranaggio che convalida suggerimenti algoritmici per non rallentare il flusso.
Questa accelerazione sta portando a una rottura violenta tra etica e strategia militare. Mentre Anthropic ha rifiutato l’uso letale dei propri modelli, venendo dichiarata “rischio per la catena di approvvigionamento” dall’amministrazione Trump, altre aziende come OpenAI hanno accettato contratti militari che non escludono esplicitamente l’uso dell’IA in armi letali autonome. Eppure, in un recente studio condotto dal Prof. Kenneth Payne al King’s College di Londra, emerge che, se messi sotto pressione in simulazioni strategiche, i principali modelli linguistici tendono a ignorare la diplomazia, optando per l’impiego di armi nucleari tattiche nel 95% dei casi. E, ancora più inquietante, che in 21 simulazioni di crisi nessun modello ha mai scelto la resa o il compromesso.
Come evidenziato da un recente articolo del Guardian, il vero problema non è se l’IA sia “buona” o “cattiva”, ma la nostra scelta di delegare la responsabilità a sistemi progettati per l’efficienza estrema. Incolpare l’algoritmo per la strage di Minab è un modo per nascondere le decisioni umane dietro uno schermo tecnologico. Quando sacrifichiamo la “frizione” — quel momento di esitazione in cui un essere umano può accorgersi che una scuola non è una base — non stiamo solo ottimizzando un processo, stiamo rinunciando alla nostra capacità di restare umani nel momento più critico. Se la burocrazia della guerra viene codificata in un software che non ammette interpretazioni, l’errore smette di essere un incidente e diventa una certezza statistica.
Di fronte a scenari come questo, quale ruolo dovrebbero avere le organizzazioni e i professionisti nel contribuire a un uso più responsabile dell’Intelligenza Artificiale? Ci piacerebbe aprire uno spazio di riflessione su questi temi: se ti va, condividi con noi il tuo punto di vista.
Riferimenti:
- https://www.kcl.ac.uk/news/artificial-intelligence-under-nuclear-pressure-first-large-scale-kings-study-reveals-how-ai-models-reason-and-escalate-under-crisis
- https://www.valigiablu.it/ia-guerra-nucleare-usa-pentagono-anthropic-trump/
- AI got the blame for the Iran school bombing. The truth is far more worrying | Iran | The Guardian
- U.S. at Fault in Strike on School in Iran, Preliminary Inquiry Says – The New York Times