Nuovi modi di informare. Lezioni africane

Africa

Decolonizzare i media e migliorare la narrazione dell’Africa. O per dirla con le parole di Moky Makura, direttrice di Africa No Filter «creare “new news”». Si è dipanato attorno a questi temi l’incontro “Africa: esplorare nuovi modi di informare (perché le notizie non devono essere sempre negative)”, inserito nel ricco cartellone di incontri del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Un ruolo centrale in questo processo di creazione di “nuove notizie”, svolgono un ruolo centrale i redattori, che hanno il non facile compito di costruire news inclusive, rappresentative della società, in grado di andare oltre gli stereotipi.

Sono due i pilastri su si può provare a costruire questo nuovo modello di giornalismo, in Africa e non solo: “Solutions Journalism” e “Contesto”.

Su questo secondo punto è stata molto chiara Ebele Okobi, CEO di The New Humanitarian, che ha concluso il suo intervento con un’immagine molto potente: «Context is the story / Il contesto è la storia».

Il processo di decolonizzazione dei media e dell’informazione sull’Africa è lungo e complesso, richiede di superare un modo di vedere il continente, di pensarlo e raccontarlo che esiste da lungo tempo. Il miglior modo per cambiare questo approccio è mettere sempre al centro il contesto. «C’è una crisi umanitaria in un paese africano, la raccontiamo, ma poi dobbiamo fornire anche il contesto di riferimento per cui si è arrivati a quella situazione di emergenza. Non è stato un processo divino che ha reso alcuni paesi ricchi e altri poveri. Bisogna avere una visione completa della storia, del processo e del contesto per capire il presente».

Se i redattori sono il fulcro di questo meccanismo, ecco che Tomiwa Aladekomo, CEO di Big Cabal Media, cerca redattori giovani, in grado di scrivere per un pubblico giovane. «È la nostra strategia per combattere la news avoidance. Diamo molta libertà ai nostri redattori nell’affrontare le notizie, vogliamo che creino un dialogo diretto con il nostro pubblico di riferimento».

Una strategia per cercare di parlare anche a quel pubblico che si sta allontanando dai media è praticare un “Public interest journalism”, come sottolinea Khadija Patel, responsabile dei programmi del The International Fund for Public Interest Media ed ex caporedattore del Mail & Guardian in South Africa. «Vogliamo raccontare la complessità, ma per farlo abbiamo bisogno di più giornalisti, una figura che sta iniziando a mancare, anche per questioni economiche».

E non manca l’attenzione per le “Good news”, spesso assenti dai media tradizionali, anche se su questo punto Sipho Kings, editore e co-fondatore del The Continent, ci tiene a precisare: «più che le “good news”, che suona come uno spazio riservato per cose meno importanti, preferisco parlare di storie positive, in grado di fornire soluzioni e generare impatto».

È ancora Moky Makura che sintetizza il nocciolo della questione, centrale per i media africani, ma non solo: «Siamo alla contrapposizione tra “new news” e “old news”, dobbiamo riconsiderare il modo in cui raccontiamo le storie, sperimentare nuove forme di fare giornalismo. Spesso in Africa si tende a imitare il miglior giornalismo occidentale, è arrivato il momento di trovare un modo africano di fare giornalismo».

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